Team LullaEsaminiamo la letteratura pediatrica attuale e la sintetizziamo in un linguaggio accessibile per i genitori.
Coliche del neonato: quanto durano, quando passano, cosa aiuta

Sono le 18:40. È iniziato circa una settimana fa e succede ogni sera, più o meno alla stessa ora. Piange a ondate, si irrigidisce, tira le ginocchia al petto. L’hai allattato, l’hai cambiato, l’hai portato in giro per casa, hai provato il ciuccio, il white noise e un’altra poppata. Niente regge più di due minuti. Dopo due ore si ferma da solo e si addormenta.
Se hai cercato che cosa sta succedendo, hai trovato probabilmente la stessa cosa ovunque: che il pianto cresce fino a sei settimane, raggiunge un picco e poi scende. La meta-analisi su 8.690 bambini non trova il picco. E la forma reale della curva cambia la risposta all’unica domanda che ti interessa adesso: quanto durerà ancora.
Non è un picco. È un plateau che crolla di colpo.
Nel 2017 un gruppo di ricercatori ha raccolto tutti gli studi in cui i genitori avevano tenuto diari del pianto, ora per ora, e ha messo insieme 8.690 bambini provenienti da 33 campioni. La conclusione, con le loro parole: non esiste prova statistica di un picco universale del pianto a sei settimane.
Quello che hanno trovato invece è più utile, perché ti dice quando finisce:
| Età | Pianto e agitazione, nelle 24 ore | Quanti bambini rientrano nella definizione di coliche |
|---|---|---|
| 1–2 settimane | circa due ore | 17–25% |
| 3–4 settimane | circa due ore | 17–25% |
| 5–6 settimane | circa due ore | 17–25% |
| 8–9 settimane | inizia a scendere | 11% |
| 10–12 settimane | 68 minuti | 0,6% |
La media è rimasta tra 117 e 133 minuti al giorno nelle prime sei settimane — non è salita verso un picco, è rimasta lì — ed è scesa a 68 minuti entro le dieci-dodici settimane. La quota di bambini che soddisfano i criteri delle coliche passa da uno su quattro-sei a meno di uno su cento.
La differenza tra «un picco a sei settimane» e «un plateau che crolla dopo le otto» non è accademica. Se hai un bambino di cinque settimane, la prima versione ti dice che sei quasi alla fine. La seconda ti dice la verità: ti restano alcune settimane così, e poi finisce in fretta. È più difficile da sentire e molto più facile da portare di un’attesa che non si verifica.
Una precisazione che dobbiamo ai numeri: le due ore sono una media tra gli studi, e la dispersione è ampia — la deviazione standard supera un’ora. Un bambino che piange quaranta minuti e uno che piange tre ore rientrano entrambi nell’intervallo. La cifra non è un obiettivo e non è una soglia d’allarme; è una scala su cui collocarti.
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Perché la sera
Il pianto non è distribuito in modo uniforme nella giornata: si concentra nella seconda parte del pomeriggio e la sera. Lì si sovrappongono due cose, e nessuna delle due è colpa tua.
L’orologio interno non dà ancora segnali chiari. Il ritmo giorno-notte non c’è dalla nascita: si assesta nei primi mesi. Fino ad allora non esiste un meccanismo che metta d’accordo la sera e il sonno, come succede più tardi. L’ora in cui il tuo bambino cede non la decide lui.
Il debito di sonno della giornata si incassa la sera. A quest’età i sonnellini sono brevi e irregolari, e quello che non ha dormito fino alle cinque si vede alle sette. Il ritmo circadiano non lo puoi controllare, ma puoi controllare quanto resta sveglio tra un sonnellino e l’altro — e nel neonato quell’intervallo va da quarantacinque a sessanta minuti, molto più breve di quanto chiunque si aspetti. Un’eccezione, per non rimproverarti inutilmente: la finestra tra l’ultimo sonnellino e la nanna si allunga comunque molto oltre la fascia indicativa nei bambini sotto i sei mesi, a volte due o tre volte tanto — è la fase di agitazione serale, descritta come normale, non una misura che ti sei perso tu. La fascia mese per mese è l’unica cosa che puoi cambiare questo pomeriggio e che si vede stasera.
Se il pianto non cade la sera ma a un’altra ora, o se il bambino si sveglia dal sonno urlando e non ti riconosce, non è di questo che stiamo parlando qui — sono altre tre cose, con un altro orologio e un’altra risposta.
La giornata tipo per ciascuno dei primi mesi, con i sonnellini e le finestre di veglia — scegli il suo mese:
Neonato · 1 mese · 2 mesi · 3 mesi · 4 mesi · 5 mesi
Sono coliche o è altro?
«Coliche» non è una diagnosi di causa, è una descrizione: un bambino sano, che cresce normalmente, piange molto ed è difficile da consolare, senza che si trovi un motivo. La parola fa pensare alla pancia, ma la pancia è un’ipotesi, non un riscontro.
Tre segni ti portano fuori da questa discussione e ti mandano dal pediatra, non a un altro articolo:
- Non cresce bene o rifiuta i pasti. Un pianto che arriva insieme a una curva di peso che si appiattisce non riguarda più le serate.
- Febbre, o qualsiasi secondo sintomo. La febbre viene per prima e non si rinvia: in un bambino sotto i tre mesi, 38 °C o più vuol dire chiamare il 112 o andare al pronto soccorso, anche se tra un episodio e l’altro sembra perfettamente bene e anche se il pianto sembra avere un’altra spiegazione. Poi il resto — vomito a getto, sangue nelle feci, eruzione cutanea estesa, respiro faticoso. La triade che distingue una causa fisica da una legata agli orari è nella guida al triage.
- Il pianto suona diverso dal solito — acuto, debole o continuo — oppure il bambino è difficile da svegliare e molle tra un episodio e l’altro. In uno qualsiasi di questi casi non aspettare l’appuntamento: chiama il 112 o vai al pronto soccorso.
C’è un altro confine, di età: dopo i tre-quattro mesi, il pianto inconsolabile della sera non è più questo schema. I numeri qui sopra mostrano perché — a dieci-dodici settimane, meno di un bambino su cento rientra ancora nella definizione. Se a cinque mesi le serate sono ancora difficili, la causa è altrove: più spesso una finestra di veglia superata, il sovraffaticamento che non hai visto arrivare o la riorganizzazione del sonno dei quattro mesi, che cade esattamente su questo confine.
Cosa aiuta, con i numeri
Qui arriva la parte che vale la pena conoscere prima di comprare qualcosa.
In breve, prima dei dettagli: la prova migliore ce l’hanno i probiotici nei bambini allattati al seno. Portarlo addosso, pur essendo il primo consiglio che trovi ovunque, ha una prova più sottile di quanto sembri — e lo spiego sotto, perché il motivo conta. E le cose che si vendono meglio per le coliche sono proprio quelle senza prove.
Portarlo addosso, in aggiunta a quanto già lo tieni in braccio. Il primo studio randomizzato che l’ha testato ha preso 99 coppie madre-bambino e ha chiesto a un gruppo di portare il bambino più a lungo durante il giorno — non in risposta al pianto, ma comunque, tra una poppata e l’altra. A sei settimane, i bambini portati in più hanno pianto e si sono agitati il 43% in meno sul totale (un’ora e un quarto contro due ore e dieci minuti) e il 51% in meno tra le quattro del pomeriggio e la mezzanotte. In percentuale, l’effetto sulla sera è più grande di quello sul totale — cioè cade esattamente sull’ora che ti fa male.
Lo studio è del 1986 ed è costruito sulla premessa del picco a sei settimane, cioè esattamente su quello che la meta-analisi del 2017 non ha potuto confermare. Questo non annulla il risultato: i gruppi sono stati estratti a sorte e la differenza tra loro è reale, qualunque nome si dia alla curva. L’inquadramento è invecchiato; la misurazione, no.
C’è però un altro limite, ed è proprio quello che conta in questa pagina: i 99 bambini erano bambini sani, non bambini visti dal medico per il pianto. Cinque anni dopo, la stessa équipe ha ripetuto l’esperimento esattamente su di loro: 66 madri che si erano rivolte al pediatra per pianto eccessivo, metà delle quali consigliate di portare il bambino il 50% in più. Hanno portato effettivamente più di due ore al giorno in più delle altre — e a sei settimane i loro bambini piangevano tre minuti al giorno in meno, una differenza che rientra nel margine d’errore. Un terzo studio, del 1995, ha provato il portare addosso come prevenzione dalla nascita, su tre gruppi e più di duecento bambini: i bambini sono stati portati davvero di più, il pianto è risultato uguale. Quindi portarlo riduce il pianto normale dei primi mesi, ma su un bambino che già piange molto non si è dimostrato che riduca altro. Resta economico, sicuro e buono per entrambi — solo che non è il trattamento che stai cercando alle 18:40.
Cosa mostrano le prove sui probiotici. Una meta-analisi del 2024 ha raccolto gli studi randomizzati e ha trovato una riduzione media di 51 minuti di pianto al giorno. Nel dettaglio: 64 minuti per Lactobacillus reuteri DSM 17938 e 74 minuti nei bambini allattati esclusivamente al seno. Gli autori dicono anche quello che non sanno: le prove per i bambini alimentati con formula e per quelli nati con parto cesareo sono limitate. Una revisione precedente era arrivata alla stessa conclusione — i probiotici hanno la prova migliore tra i trattamenti provati, e soprattutto nei bambini allattati al seno. Nient’altro: questo è quello che mostrano le prove, non un invito a comprare qualcosa. Un integratore dato a un bambino di poche settimane si discute prima con il suo medico — la prova degli studi riguarda ceppi e dosi precise, non qualunque confezione con scritto probiotico sopra, e lui sa che altro sta prendendo il bambino.
Cosa non ha prove. La stessa revisione ha analizzato quattro approcci frequenti. I probiotici, qui sopra, erano uno di questi. Il simeticone — le gocce che trovi in qualsiasi farmacia — ha prove di qualità media-bassa che mostrano che non porta alcun beneficio, e in alcuni punti fa peggio. Per i farmaci che riducono l’acidità gastrica, una meta-analisi non ha sostenuto l’uso degli inibitori di pompa protonica per ridurre il pianto — e quello che su di essi raccomanda esplicitamente la linea guida congiunta delle società di gastroenterologia pediatrica è nella guida al triage. Le terapie manuali hanno mostrato una riduzione, ma su prove di qualità media-bassa.
E quello che raccomandano all’unanimità le tre linee guida nazionali incluse in quell’analisi non è un prodotto: l’educazione del genitore, la sua rassicurazione e la valutazione clinica della madre e del bambino. In altre parole, esattamente la pagina che stai leggendo e un appuntamento, non uno scaffale.
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Cosa provare stasera, in ordine
Niente di quello che segue ferma un episodio già iniziato. Tutto rende gli episodi più rari e più lievi, e tutto si giudica dopo qualche giorno, non dopo una sera.
- Guarda indietro a tutta la giornata, non all’ultima ora. Quanto ha dormito, quanto è stato sveglio tra un sonnellino e l’altro. Si perdono facilmente due ore sul totale senza che te ne accorga. Quanti sonnellini e quanto dura ciascuno.
- Sposta l’ultimo sonnellino più vicino alla sera. Un bambino che ha dormito l’ultima volta alle quattro del pomeriggio entra riposato nell’intervallo difficile; uno che ha dormito alle due e mezza, no. Spostato, non allungato: se la giornata è venuta corta, la finestra successiva si accorcia e la nanna si sposta prima, non il contrario.
- Inizia a portarlo addosso prima dell’ora critica, non dopo. È il senso dello studio qui sopra: non come risposta al pianto, ma come abitudine durante il giorno. Se lo porti in un supporto, e non solo in braccio, a quest’età la posizione non è un dettaglio: viso libero e in vista, mento staccato dal petto, schiena sostenuta, abbastanza in alto da poterlo baciare sulla testa. Un neonato non riesce a liberarsi da solo le vie respiratorie se il collo gli si piega, quindi si controlla spesso nei primi mesi.
- Una sola modifica per volta, tre giorni. Se cambi quattro cose in una sera, non saprai mai quale ha contato — e poiché la curva scende da sola dopo le otto settimane, crederai che abbia funzionato l’ultima cosa provata.
Il white noise aiuta alcuni bambini, altri no; se lo usi, contano il volume, la distanza e per quanto tempo resta acceso più del tipo di suono. E se il pianto finisce solo quando si addormenta in braccio e quello è in realtà il problema, è un altro discorso ed è per più tardi — prima dei quattro mesi non si comincia niente di questo genere.
Una cosa da evitare, a proposito dei rimedi della nonna per le coliche del neonato: le tisane, l’acqua di finocchio e l’«acqua anticolica» sono liquido che prende il posto del latte in un bambino che non ha bisogno d’altro — e sotto i sei mesi questo ha rischi propri, non solo assenza di effetto.
La parte di cui non si parla
Un bambino che piange due ore e non si lascia consolare ti fa qualcosa. Non è debolezza e non è mancanza d’amore — è fisiologia: un pianto inconsolabile è costruito per essere insostenibile, altrimenti non funzionerebbe.
La ricerca sul trauma da scuotimento mostra che è proprio il pianto normale, prolungato e inconsolabile il fattore scatenante riportato più spesso. Non perché i genitori siano cattivi, ma perché è il punto in cui un’interazione ordinaria cede. Per questo si dice prima, non dopo.
Cosa fare quando senti che non ce la fai più: lo metti nella culla, a pancia in su, in sicurezza, ed esci dalla stanza per dieci minuti, rientrando di tanto in tanto a controllare che stia bene. È la raccomandazione standard esattamente in questa situazione, e non è la stessa cosa che lasciarlo piangere come metodo: non stai insegnando niente a nessuno, stai dando a te stesso dieci minuti per tornare intero. Chiama qualcuno. Fate il cambio, se siete in due. Non scuoterlo mai, nemmeno per gioco, e dillo a chiunque si prenda cura di lui — nonni, baby sitter, chi resta solo con lui in una sera difficile. E un’altra cosa, perché questa pagina si legge anche dopo, non solo prima: se è già successo, anche una volta sola, portalo dal medico lo stesso giorno e racconta esattamente che cosa è accaduto, anche se adesso sembra tutto a posto. Le lesioni da scuotimento non si vedono sempre subito, e il tempo è l’unica parte che dipende ancora da te.
Come ti aiuta Lulla
La tabella qui sopra è una media tra gli studi; la curva del tuo bambino la puoi disegnare tu, e ti servono solo due numeri al giorno: quanti minuti ha pianto e quanto ha dormito. Dopo tre settimane vedi se i minuti scendono davvero verso l’estremo basso, cioè se sei già sulla discesa — e se le serate difficili arrivano dopo i giorni con pochi sonnellini, l’unico legame che puoi rompere tu. E tra tre settimane, quando non saprai più se qualcosa è migliorato, avrai i numeri, non l’impressione di una notte.
Da ricordare: l’articolo è informativo, non un consiglio medico, e i numeri citati vengono dagli studi nella lista delle fonti, ognuno con i suoi limiti. Per qualsiasi preoccupazione legata al pianto, alla crescita o all’alimentazione del bambino, il pediatra resta il primo riferimento — è lui ad avere la storia completa.

Il programma del sonno del tuo bambino, per età
Il programma del sonno del tuo bambino, per età
Una sola tabella con tutto ciò che conta: sonno totale su 24h, finestre di veglia e numero di sonnellini, dal neonato ai 3 anni. Il sonno totale segue le raccomandazioni della National Sleep Foundation.
Fonti e riferimenti
Questo articolo si basa su linee guida ufficiali e studi peer-reviewed. Verifica le fonti direttamente:
- Wolke D, Bilgin A, Samara M. Systematic Review and Meta-Analysis: Fussing and Crying Durations and Prevalence of Colic in Infants. The Journal of Pediatrics. 2017;185:55–61.
- Hunziker UA, Barr RG. Increased carrying reduces infant crying: a randomized controlled trial. Pediatrics. 1986;77(5):641–648.
- Ellwood J, Draper-Rodi J, Carnes D. Comparison of common interventions for the treatment of infantile colic: a systematic review of reviews and guidelines. BMJ Open. 2020;10(2):e035405.
- Vaz SR, Tofoli MH, Avelino MAG, da Costa PSS. Probiotics for infantile colic: Is there evidence beyond doubt? A meta-analysis and systematic review. Acta Paediatrica. 2024;113(2):170–182.
- Barr RG. Preventing abusive head trauma resulting from a failure of normal interaction between infants and their caregivers. Proceedings of the National Academy of Sciences. 2012;109(Suppl 2):17294–17301.
- Barr RG, McMullan SJ, Spiess H, Leduc DG, Yaremko J, et al. Carrying as colic "therapy": a randomized controlled trial. Pediatrics. 1991;87(5):623–630.
- St James-Roberts I, Hurry J, Bowyer J, Barr RG. Supplementary carrying compared with advice to increase responsive parenting as interventions to prevent persistent infant crying. Pediatrics. 1995;95(3):381–388.
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